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Al di là della semplice valorizzazione estetica e pratica degli oggetti quotidiani, l’artista conferisce agli oggetti un valore politico e trasmette un messaggio civico di impegno ecoresponsabile: non consumare troppo, non produrre nulla di nuovo, ma adattare la propria pratica alle risorse che il pianeta può ancora offrirci. Queste riflessioni appartengono alla concezione dell’economia circolare, Cradle to Cradle, resa in francese con l’espressione «du berceau au berceau» (dalla culla alla culla). Quando Daniel Nicolaevsky Maria dipinge un ritratto altamente simbolico sulle doghe di una culla trovata per strada, la metafora acquista tutta la sua risonanza.
L’opera, composta da sette reti di letto dipinte sospese a corde intrecciate, mette lo spettatore di fronte agli effetti del Piantagionocene e delle sue pratiche neocoloniali sullo stato attuale del mondo. Sulle doghe sono dipinti animali e popoli che rappresentano la giungla tropicale e le colonie o ex colonie europee che oggi subiscono devastazioni ecologiche e umane. In questa installazione immersiva, il pubblico è invitato a passare dietro le reti e a sentire, attraverso il suono della foresta amazzonica, la forte opposizione tra la più grande riserva di biodiversità del nostro pianeta e le minacce che gravano su di essa: il riscaldamento climatico, l’estrazione dell’oro e la deforestazione. Con quest’opera, l’espressione «dalla culla alla culla» acquista tutta la sua risonanza.
Isabelle de Maisonrouge, 2024
Tradotto dall’originale francese.
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da un’identità all’altra
Da un’identità all’altra,
da una lingua all’altra
da un continente all’altro,
da un paese all’altro,
Daniel Nicolaevsky Maria non smette di attraversare frontiere,
di oltrepassare limiti, quelli che rinchiudono, quelli che impediscono e separano.
Dalla sua traiettoria personale al percorso delle sue produzioni, gioca con queste frontiere e se ne prende gioco,
con questi ostacoli, e si concede con allegria il passaggio da un territorio all’altro, da una produzione all’altra, da una scala all’altra e da una modalità all’altra.
Alla ricerca permanente e sottile di un punto di equilibrio tra tutte le realtà che lo costituiscono, tra tutte le forme e le modalità che mette in opera e al lavoro, Daniel costruisce dispositivi plurali che gli permettono di attraversare spazi tangibili quanto mentali.
È così che passa dalla fotografia all’oggetto, dalla scrittura alla danza e alla performance: dall’immateriale al materiale, dalla densità alla leggerezza e dalla massa all’evanescenza.
La sua ricerca lo porta vicino ai bambini delle favelas, che guarda con empatia, a ritratti che frammenta per sottolineare meglio l’unità dei soggetti che fotografa, ma lo conduce anche verso la dimensione del gioco che, serio come il piacere, non evita mai.
Nell’intreccio dei corpi e dei gesti appaiono posture che si imprimono e, così facendo, segnano lo spazio e lo modificano. Lentamente si dispiegano scenografie e giochi di luce rendono ancora più palpabile il lavoro di Daniel sullo spazio, il ritmo e il corpo.
Lentamente radicalizza il suo approccio e le sue sperimentazioni e osa affermare questa contraddizione tra il corpo, denso, compatto, massiccio, e la grazia, la destrezza e la disinvoltura dei movimenti e dello spostamento nello spazio.
Ma non rinuncia alla sensualità del colore e dei materiali naturali, che dialogano con l’immagine video, il film e i lettori multimediali. Anche qui l’alleanza di elementi apparentemente contraddittori trova un punto di equilibrio.
Alla ricerca di sé attraverso l’altro, alla ricerca del proprio corpo attraverso il corpo dell’altro, lì, in questa ricerca e in questo lavoro, il corpo diventa la posta in gioco di ogni ricerca quanto il luogo di tutti i possibili. Così l’artista, in una ricerca implacabile e determinata, unisce il sensuale all’intelletto, il piacere allo spirito: il carnale e lo spirituale.
In un punto di equilibrio.
Gaya Goldcymer, Paris. 2019
Tradotto dall’originale francese.
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Con Daniel Nicolaevsky Maria, anche un semplice colpo di scopa può diventare in un batter d’occhio l’inizio di un vero balletto contemporaneo.
È ciò che l’artista ha dimostrato al suo diploma con una performance-spettacolo ideata ed eseguita da lui stesso in modo marziale. A piedi nudi, a torso nudo e direttamente sul pavimento della Cappella delle Beaux-Arts, la sua performance, intitolata «De la guerre à l’art» (Dalla guerra all’arte), sembra sfidare con superba sicurezza secoli di arte classica e in particolare una riproduzione della statua equestre del Colleoni di Verrocchio.
Padrone dello spazio come un guerriero, porta tuttavia un messaggio di pace, che materializza attraverso la sua camicia, trasformata in bandiera bianca. Tanto sensuale quanto radicale, con agilità e vigore, il suo lavoro allude alla schiavitù e alla causa delle minoranze nel mondo.
Nato a Rio de Janeiro, al suono del carnevale e dei canti evangelici, ha studiato arti visive e animazione 3D a San Paolo tanto quanto ha praticato ogni giorno samba, zouk e tango. Questo prima di dedicarsi interamente alla danza contemporanea con Emmanuelle Huynh alle Beaux-Arts de Paris. Nel suo pantheon personale cita i coreografi Philippe Découflé e Ralph Lemon, ma anche il performer Tino Sehgal e il videoartista Steve McQueen.
Questo giovane artista, che prende l’arte di petto e non esita a inserire nel suo lavoro video e anche canto, ha ricevuto il Prix des Amis des Beaux-Arts nel 2019 e ha presentato per l’occasione una performance alla Galerie du Jour/agnès b. Con delle corde sospese nella galleria come unico accessorio, e in riferimento ai «quattro accordi toltechi», affrontava la questione dell’attaccamento e dei legami sociali in generale.
Imbracato, sospeso sopra il suolo, si mostrava come una forza della natura, ma intriso di saggezza e talento.
Anaïd Demir. Paris, 2020
Tradotto dall’originale francese.